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3 dic 2012
18 apr 2012
16 nov 2009
Recensione di Damiano Realini
La regione, marzo 2009
Perché tanta metrica? Il verso libero che sì, ricordiamo, ha dato le ali all’esercito dei dilettanti poco inclini allo studio delle misure e tanto alla scatenata espressione delle emozioni, non è minestra per Vanni Bianconi che “ha un buon posto tra i migliori versificatori della Svizzera italiana”. L’ha scritto, il complimento virgolettato, Giovani Orelli su ‘Azione’. Ovviamente il termine “versificatore” allude, più che a un tecnico della lingua, a un poeta, e poeta Vanni Bianconi lo è senz’altro. Ne ha dato recente prova, dopo le incoraggianti – dicono quelli che avevano letto il libro – premesse di Faura dei morti, con la pubblicazione di Ora prima-Sei poesie lunghe edita da Casagrande (Bellinzona, 16 franchi per 60 pagine ben curate della collana Versanti). Bianconi, che conosciamo come ottimo traduttore dall’inglese (vedi la trasposizione in italiano dello splendido romanzo di Denton Welch Voce da una nube, sempre in catalogo Casagrande) e come direttore di Babel, festival di letteratura e traduzione di Bellinzona, rappresenta una voce originale e contemporaneamente radicata in una tradizione collaudata. La professoressa Raffaella Castagnola, in una intervista pubblicata su queste colonne in occasione dell’uscita per le Edizioni le ricerche di Losone (2008) dell’antologia, da lei curata, Di soglia in soglia -Venti nuovi poeti della Svizzera italiana, non ha esitato nel confessare che trova “particolarmente interessante l’opera di Vanni Bianconi che per certi aspetti si inserisce nella linea, fra le più riconosciute all’estero, che discende da Giorgio Orelli e passa da Fabio Pusterla”. Una linea questa che non ha mai ignorato o subito, nella costruzione del verso, l’importanza del metro e più in generale dell’armamentario formale classico (rime, assonanze, strofe...). Per esempio l’adozione, qua e là, dell’endecasillabo (pur sfregiato nell’ipermetria piuttosto che nell’ipometria), ovviamente ha, in Bianconi e negli altri suoi predecessori ticinesi, un peso simbolico che, andando a ritroso, si spinge fin nel Trecento, ancorandosi a una scuola tutta italiana robusta di secoli e di nomi (da Dante all’epica estense, dal Barocco all’Ottocento, al Pasolini delle Ceneri di Gramsci...). Con questo non vogliamo dire che Bianconi si rifugi nell’emulazione della tradizione ma che il dotto, mai casuale e persino complesso (anche laddove possa apparire ingannevolmente semplice), castello formale sia ossatura e impalcatura necessaria per fondervi, attorno e nel mezzo, pura materia poetica, libera, dolorosa. È come se Bianconi si affidasse all’ingegneria di una linearità classica per non lasciarsi sommergere dalle magmatiche visioni liriche che, provenienti da oscuri fondali, evocano i segni della guerra (bellissima La città senza assedio dedicata ad Abdulah Sidran), della solitudine, dell’aneddoto evaporato, dell’amore, della terra sprofondata, delle migrazioni umane, dell’erotismo... Lo sguardo di Bianconi, pure dove esplicitamente indica un luogo (Locarno, Zurigo, Mostar...) o un tempo o un aneddoto del suo vissuto, non si fa, né è mai, documentaristico. La sua poesia non si affida cioè al diarismo di viaggio, sia esso interiore o esteriore, ma registra il tentativo, la fatica e il coraggio di ordinare una presenza, la sua e la nostra, all’interno di un mondo dove la vita e la natura si presentano accomunate in un flusso temporale e spaziale largamente imperscrutabile, quasi enigmatico, almeno ai nostri occhi stranieri. E così, “ieri (è) costretto ogni giorno a essere domani”.
Perché tanta metrica? Il verso libero che sì, ricordiamo, ha dato le ali all’esercito dei dilettanti poco inclini allo studio delle misure e tanto alla scatenata espressione delle emozioni, non è minestra per Vanni Bianconi che “ha un buon posto tra i migliori versificatori della Svizzera italiana”. L’ha scritto, il complimento virgolettato, Giovani Orelli su ‘Azione’. Ovviamente il termine “versificatore” allude, più che a un tecnico della lingua, a un poeta, e poeta Vanni Bianconi lo è senz’altro. Ne ha dato recente prova, dopo le incoraggianti – dicono quelli che avevano letto il libro – premesse di Faura dei morti, con la pubblicazione di Ora prima-Sei poesie lunghe edita da Casagrande (Bellinzona, 16 franchi per 60 pagine ben curate della collana Versanti). Bianconi, che conosciamo come ottimo traduttore dall’inglese (vedi la trasposizione in italiano dello splendido romanzo di Denton Welch Voce da una nube, sempre in catalogo Casagrande) e come direttore di Babel, festival di letteratura e traduzione di Bellinzona, rappresenta una voce originale e contemporaneamente radicata in una tradizione collaudata. La professoressa Raffaella Castagnola, in una intervista pubblicata su queste colonne in occasione dell’uscita per le Edizioni le ricerche di Losone (2008) dell’antologia, da lei curata, Di soglia in soglia -Venti nuovi poeti della Svizzera italiana, non ha esitato nel confessare che trova “particolarmente interessante l’opera di Vanni Bianconi che per certi aspetti si inserisce nella linea, fra le più riconosciute all’estero, che discende da Giorgio Orelli e passa da Fabio Pusterla”. Una linea questa che non ha mai ignorato o subito, nella costruzione del verso, l’importanza del metro e più in generale dell’armamentario formale classico (rime, assonanze, strofe...). Per esempio l’adozione, qua e là, dell’endecasillabo (pur sfregiato nell’ipermetria piuttosto che nell’ipometria), ovviamente ha, in Bianconi e negli altri suoi predecessori ticinesi, un peso simbolico che, andando a ritroso, si spinge fin nel Trecento, ancorandosi a una scuola tutta italiana robusta di secoli e di nomi (da Dante all’epica estense, dal Barocco all’Ottocento, al Pasolini delle Ceneri di Gramsci...). Con questo non vogliamo dire che Bianconi si rifugi nell’emulazione della tradizione ma che il dotto, mai casuale e persino complesso (anche laddove possa apparire ingannevolmente semplice), castello formale sia ossatura e impalcatura necessaria per fondervi, attorno e nel mezzo, pura materia poetica, libera, dolorosa. È come se Bianconi si affidasse all’ingegneria di una linearità classica per non lasciarsi sommergere dalle magmatiche visioni liriche che, provenienti da oscuri fondali, evocano i segni della guerra (bellissima La città senza assedio dedicata ad Abdulah Sidran), della solitudine, dell’aneddoto evaporato, dell’amore, della terra sprofondata, delle migrazioni umane, dell’erotismo... Lo sguardo di Bianconi, pure dove esplicitamente indica un luogo (Locarno, Zurigo, Mostar...) o un tempo o un aneddoto del suo vissuto, non si fa, né è mai, documentaristico. La sua poesia non si affida cioè al diarismo di viaggio, sia esso interiore o esteriore, ma registra il tentativo, la fatica e il coraggio di ordinare una presenza, la sua e la nostra, all’interno di un mondo dove la vita e la natura si presentano accomunate in un flusso temporale e spaziale largamente imperscrutabile, quasi enigmatico, almeno ai nostri occhi stranieri. E così, “ieri (è) costretto ogni giorno a essere domani”.
10 nov 2009
Recensione di Yari Bernasconi
ottobre 2008, su culturactif:
"Dopo l’esordio del 2004, con Faura dei morti, il giovane poeta ticinese Vanni Bianconi (Locarno, 1977) si ripropone ai lettori con la sua seconda raccolta di poesie: Ora prima. Sei poesie lunghe. Più consistente di quanto si possa pensare dal sottotitolo, questo libro rappresenta una crescita per la poesia di Bianconi, che sembra aver trovato i toni e le misure ideali per il suo andamento prevalentemente narrativo ma ricco di ambiguità e annuvolamenti improvvisi. Smarrimento e confusione dominano versi inquieti, che parlano di guerra e di morte, ma anche di paure e di rapporti travagliati, con personaggi un po’ smaniosi un po’ disperati" ... (l'articolo continua su culturactif).
"Dopo l’esordio del 2004, con Faura dei morti, il giovane poeta ticinese Vanni Bianconi (Locarno, 1977) si ripropone ai lettori con la sua seconda raccolta di poesie: Ora prima. Sei poesie lunghe. Più consistente di quanto si possa pensare dal sottotitolo, questo libro rappresenta una crescita per la poesia di Bianconi, che sembra aver trovato i toni e le misure ideali per il suo andamento prevalentemente narrativo ma ricco di ambiguità e annuvolamenti improvvisi. Smarrimento e confusione dominano versi inquieti, che parlano di guerra e di morte, ma anche di paure e di rapporti travagliati, con personaggi un po’ smaniosi un po’ disperati" ... (l'articolo continua su culturactif).
Recensione di Giovanni Orelli
Azione, 28 ottobre 2008
Il vento di Vanni Bianconi
Una bella notizia, che a una minoranza ristretta farà piacere! Una notizia non comparabile comunque – vedere i giornali di casa nostra – a quella di un raffreddore o un mal di gola a un campione, locale o no, dello sport. Una bella notizia è che l’albero della poesia giovanile sta dando, nel Cantone Ticino, buoni frutti. «Azione» ha procurato di segnalare, dent per dent, di tanto in tanto, latino interdum, alcune buone «apparizioni» di giovani poeti, anche per dire un esplicito o implicito grazie a editori che li stampano. In particolare a chi gestisce piccole case editrici, come «alla chiara fonte» (Vals, Viganello), «Ulivo» (Alda Bernasconi, Balerna)...
L’ultima pubblicazione arrivata (cronologicamente) non è un’opera prima. È, del trentunenne Vanni Bianconi, Ora prima. Sei poesie lunghe, Bellinzona, Casagrande, sett. 2008, 16 fr. Il giovane poeta è del minusiense ceppo dei Bianconi: figlio di Sandro, il linguista, nipote dunque di Giovanni, poeta, silografo, studioso della civiltà contadina; legato dunque con Piero, fine scrittore, storico dell’arte, traduttore e via enumerando. Tra i giovani, Vanni Bianconi pare il meglio preparato; anche se la poesia sopporta con disagio classifiche di tipo tennistico o pugilistico (ma neppure Dante poteva o voleva sottrarsi a certe classifiche: «Credette Cimabue ne la pittura / tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, / sì che la fama di colui è scura. / Così ha tolto l’uno a l’altro Guido / la gloria de la lingua; e forse è nato / chi l’uno e l’altro caccerà del nido». ( Purg. XI, 94-99).
Senza più fare distinzioni tra giovani e non più giovani, Vanni Bianconi ha un buon posto tra i migliori versificatori della Svizzera italiana.
La sua fresca raccolta è divisa in sei parti. La prima ha un titolo (e il primo verso) che vien via (così è se vi pare) da Dylan Thomas, dal titolo di uno dei deliziosi racconti (o conversazioni radiofoniche per la BBC, tra 1945 e 53) che hanno quale titolo collettivo Molto presto di mattina, tradotto dalla Einaudi nel 1964.
Di levità alla Thomas (levità non è da tradurre con facilità) è la poesia forse più bella della raccolta, Spalancato e scuro, che si trova alla fine del libro. Sono cinque strofe di sei versi, cinque endecasillabi (o quasi) e un conclusivo adonio, cinque sillabe: come per il verso conclusivo della strofa saffica: «ride confusa» è musicalmente fratello di «nomina ponto», Orazio IV, 2: Spalancato e scuro per non essere visto / l’occhio è tuo, amore – la tua sistole / di ciglia mi fa vedere linee aliene, / il metro di alberi, le rime del lago costeggiato, / l’inizio che è il riflusso di una fi-ne, tuo è lo iato.
Se il libro finisce bene comincia altrettanto bene (dico per la orchestrazione). La prima poesia che si incontra è un sonetto all’inglese, dunque 12 + 2 o, se volete, (4 x 3) + 2, con rima solo nel distico finale. Il sonetto celebra, direi all’inglese, la contrapposizione quotidianità «Sempre», la sveglia, il risveglio, la routine, medesima è la strada... Qui non fa ancora la sua comparsa, ma non è lontano, il vento che irromperà portando ondate di «vita»...: «vento d’occhio che increspa / poi si alza caldo col gabbiano di un balcone...».
Vento, luoghi di viaggio, e anche: che luoghi! Kosovo, Sarajevo, Roma, Città del Messico, Patmos, anche Locarno, Mostar, Bosnia, anche Zurigo. Anche la Svizzera, che non è, come in Dürrenmatt, non è una prigione, ma: La Svizzera è un paese rosso come / è la speranza, rosso come è / la fottuta speranza, sì speranza.
Speranza per chi? Il fatto è che non bisogna prendere questi nomi come luoghi geografici. Prendi Mostar. Mostar non è il luogo di partenza di un bollettino di guerra. La parolaMostar è un palinsesto, una pergamena (pelle di pecora uccisa) su cui più mani umane hanno scritto un loro testo. Bellezza e atrocità e guerra che è per definizione (Kafka) mancanza di fantasia. Il poeta non è un corrispondente di guerra. È un paleografo, un filologo, un... che cerca, non con acidi che bruciano la pergamena, ma con ricerche amorose, di portare alla luce il più che si può, di «testi» nascosti nel palinsesto.
Il vento di Vanni Bianconi
Una bella notizia, che a una minoranza ristretta farà piacere! Una notizia non comparabile comunque – vedere i giornali di casa nostra – a quella di un raffreddore o un mal di gola a un campione, locale o no, dello sport. Una bella notizia è che l’albero della poesia giovanile sta dando, nel Cantone Ticino, buoni frutti. «Azione» ha procurato di segnalare, dent per dent, di tanto in tanto, latino interdum, alcune buone «apparizioni» di giovani poeti, anche per dire un esplicito o implicito grazie a editori che li stampano. In particolare a chi gestisce piccole case editrici, come «alla chiara fonte» (Vals, Viganello), «Ulivo» (Alda Bernasconi, Balerna)...
L’ultima pubblicazione arrivata (cronologicamente) non è un’opera prima. È, del trentunenne Vanni Bianconi, Ora prima. Sei poesie lunghe, Bellinzona, Casagrande, sett. 2008, 16 fr. Il giovane poeta è del minusiense ceppo dei Bianconi: figlio di Sandro, il linguista, nipote dunque di Giovanni, poeta, silografo, studioso della civiltà contadina; legato dunque con Piero, fine scrittore, storico dell’arte, traduttore e via enumerando. Tra i giovani, Vanni Bianconi pare il meglio preparato; anche se la poesia sopporta con disagio classifiche di tipo tennistico o pugilistico (ma neppure Dante poteva o voleva sottrarsi a certe classifiche: «Credette Cimabue ne la pittura / tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, / sì che la fama di colui è scura. / Così ha tolto l’uno a l’altro Guido / la gloria de la lingua; e forse è nato / chi l’uno e l’altro caccerà del nido». ( Purg. XI, 94-99).
Senza più fare distinzioni tra giovani e non più giovani, Vanni Bianconi ha un buon posto tra i migliori versificatori della Svizzera italiana.
La sua fresca raccolta è divisa in sei parti. La prima ha un titolo (e il primo verso) che vien via (così è se vi pare) da Dylan Thomas, dal titolo di uno dei deliziosi racconti (o conversazioni radiofoniche per la BBC, tra 1945 e 53) che hanno quale titolo collettivo Molto presto di mattina, tradotto dalla Einaudi nel 1964.
Di levità alla Thomas (levità non è da tradurre con facilità) è la poesia forse più bella della raccolta, Spalancato e scuro, che si trova alla fine del libro. Sono cinque strofe di sei versi, cinque endecasillabi (o quasi) e un conclusivo adonio, cinque sillabe: come per il verso conclusivo della strofa saffica: «ride confusa» è musicalmente fratello di «nomina ponto», Orazio IV, 2: Spalancato e scuro per non essere visto / l’occhio è tuo, amore – la tua sistole / di ciglia mi fa vedere linee aliene, / il metro di alberi, le rime del lago costeggiato, / l’inizio che è il riflusso di una fi-ne, tuo è lo iato.
Se il libro finisce bene comincia altrettanto bene (dico per la orchestrazione). La prima poesia che si incontra è un sonetto all’inglese, dunque 12 + 2 o, se volete, (4 x 3) + 2, con rima solo nel distico finale. Il sonetto celebra, direi all’inglese, la contrapposizione quotidianità «Sempre», la sveglia, il risveglio, la routine, medesima è la strada... Qui non fa ancora la sua comparsa, ma non è lontano, il vento che irromperà portando ondate di «vita»...: «vento d’occhio che increspa / poi si alza caldo col gabbiano di un balcone...».
Vento, luoghi di viaggio, e anche: che luoghi! Kosovo, Sarajevo, Roma, Città del Messico, Patmos, anche Locarno, Mostar, Bosnia, anche Zurigo. Anche la Svizzera, che non è, come in Dürrenmatt, non è una prigione, ma: La Svizzera è un paese rosso come / è la speranza, rosso come è / la fottuta speranza, sì speranza.
Speranza per chi? Il fatto è che non bisogna prendere questi nomi come luoghi geografici. Prendi Mostar. Mostar non è il luogo di partenza di un bollettino di guerra. La parolaMostar è un palinsesto, una pergamena (pelle di pecora uccisa) su cui più mani umane hanno scritto un loro testo. Bellezza e atrocità e guerra che è per definizione (Kafka) mancanza di fantasia. Il poeta non è un corrispondente di guerra. È un paleografo, un filologo, un... che cerca, non con acidi che bruciano la pergamena, ma con ricerche amorose, di portare alla luce il più che si può, di «testi» nascosti nel palinsesto.
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